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SOMMARIO

Crisi, scomparsa, morte. Oggi il disagio del ceto medio si trova al centro dell’interesse mediatico e c’è chi (vedendoci lungo o sbagliando?), ne ipotizza perfino la sua definitiva estinzione. Ma come è possibile pensare a una società privata della sua classe media? Spogliata dall’intraprendenza dei suoi professionisti, artigiani e commercianti? Of lo ha domandato a Rocco Sciarrone, professore di sociologia all’Università di Torino che, rivela, pensare a una nazione derubata del suo ceto medio, significa concepire una realtà fatta di disuguaglianze e ingiustizie

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È appurato che, durante i momenti di crisi economica, emerga con insistenza la questione del ceto medio. Come mai? Perché si parla oggi di “crisi del ceto medio”? E a quali conseguenze ha portato questo declino?
Il tema è di grande complessità e per far luce su questi e altri quesiti, Of ha intervistato Rocco Sciarrone, professore di Sociologia generale all’Università di Torino e autore, insieme a Nicoletta Bosco, Antonella Meo e Luca Storti (professori e ricercatori nel medesimo ateneo), de “La costruzione del ceto medio. Immagini sulla stampa e in politica” (2011), indagine sostenuta dal Consiglio Italiano per le Scienze Sociali, che analizza, attraverso le forme del discorso pubblico, la costruzione politica e culturale del ceto medio.

Of: Oggi si sente parlare insistentemente di crisi del ceto medio. Prima di analizzare cosa è cambiato rispetto al passato, definiamo cosa si intende con questa categoria…
Sciarrone: Definire il concetto di ceto medio è da sempre molto problematico. È una costruzione sociale, dai confini mobili, dipendente da determinate contingenze storiche e politiche, che fa riferimento a caratteristiche culturali, determinati stili di vita, modelli di consumo e aspirazioni. Con differenze al suo interno molto difficili da cogliere.

Of: Come lo si definisce in termini di reddito?
Sciarrone: Il reddito personale o familiare può essere un’approssimazione utile, ma è una misura molto grezza, soprattutto durante congiunture critiche. Essere parte o meno del ceto medio, infatti, non è tanto una questione di reddito, quanto di status e prestigio. Fissare delle soglie, comunque, può permettere di delimitarne i confini, ma sempre si tratta di una costruzione sociale. Ad esempio, nel dibattito pubblico, queste soglie sono spesso indicate, ma con alti livelli di variabilità…

Of: Quali sono questi livelli?
Sciarrone: Il limite inferiore dell’intervallo varia tra i 7.500 e i 30.000 euro annui, mentre il limite superiore va dai 16.550 ai 100.000, senza tenere conto se si tratta di valori lordi o netti. Infatti per definire il ceto medio è necessario considerare altre variabili oltre al reddito, tra cui il modo di formazione del reddito, ma anche il livello di istruzione, il tipo di abitazione, i consumi culturali.

Of: È possibile parlare di un ceto medio pre-crisi e post-crisi?
Sciarrone: Storicamente il ceto medio coincide con coloro che si collocano nel mezzo della scala sociale, più precisamente tra la classe operaia e la grande borghesia, comprendendo quindi un ampio spazio sociale, molto differenziato al suo interno. La frattura più importante è quella tra lavoratori autonomi e dipendenti. Tradizionalmente includeva la piccola borghesia agricola (coltivatori diretti, agricoltori), la piccola borghesia urbana (artigiani, commercianti, piccoli imprenditori) e il cosiddetto ceto medio impiegatizio.

Of: Con il tempo però questi confini si sono allargati…
Sciarrone: Esatto, arrivando oggi a comprendere categorie appartenenti al lavoro autonomo e al mondo delle professioni. Prima della crisi il ceto medio evocava gerarchie più nette, maggiormente riconoscibili dal punto di vista culturale e sociale. Sentirsi di ceto medio significava identificarsi con una situazione di benessere economico e di piena inclusione sociale. ---- Of: Mentre adesso…?
Sciarrone: Oggi le vecchie gerarchie sembrano essere scomparse, tant’è che il concetto di ceto medio richiama l’idea di una nebulosa: sono aumentate le differenze interne alle stesse categorie professionali, con processi di divaricazione economica e sociale, in uno sfondo di incertezza.

Of: Il che significa…?
Sciarrone: …che la crescita della disuguaglianza investe il già differenziato ceto medio, rendendolo ancora più frammentato, con processi di scivolamento verso il basso della scala sociale. E con cambiamenti importanti che riguardano anche i rapporti intergenerazionali.

Of: Oggi come si traducono questi cambiamenti? Quali sono le conseguenze più evidenti?
Sciarrone: Prima della crisi un tratto distintivo del ceto medio poteva essere rintracciato nell’avere aspettative positive rispetto a un miglioramento futuro, specialmente per i propri figli. Oggi queste aspettative sono crollate: un vero e proprio collasso delle prospettive. Rischio e vulnerabilità sono due tra le principali novità che lo hanno riguardato negli ultimi anni, provocando un impoverimento anche immateriale.

Of: Cioè?
Sciarrone: Dilaga la paura di perdere lo status raggiunto e il proprio tenore di vita. Di trovarsi privati di quei criteri di distinzione che differenziavano da altre cerchie sociali. È una perdita immateriale ma pesa quanto quella materiale. Un ceto medio che si sente vulnerabile e incapace di far fronte a imprevisti e contingenze della vita quotidiana. Preoccupato rispetto all’avvenire dei figli, in un orizzonte temporale precario, che rende difficile pianificare carriere professionali e progetti di vita.

Of: Le cito un recente studio condotto da Demos&Pi, da cui è emerso che nel 2014, il 52% degli italiani sente di appartenere al ceto basso, mentre il 41% si percepisce nel medio. Prima della crisi economica, nel 2006, queste percentuali ammontavano rispettivamente al 28% e al 59%. Il cambio di rotta può essere spiegato anche nell’ottica di questa perdita immateriale?
Sciarrone: Certamente. E i risultati portati dalla ricerca sottolineano un cambiamento profondo. Il “come ci si percepisce” all’interno della società, è una questione fondamentale, e il fatto che oltre la metà della popolazione italiana riconosca di appartenere al ceto basso, è una metamorfosi significativa: arrivare ad ammetterlo significa avere la consapevolezza che sarà necessario rinunciare a tutti quei tratti positivi che contrassegnavano l’appartenenza a un gruppo sociale.

Of: A questo punto viene da chiedersi se esista, e quanto sia forte, il rapporto tra crisi reale e crisi percepita…
Sciarrone: Esistono delle interrelazioni profonde, ma non si tratta di un rapporto deterministico. La percezione della crisi, e della propria condizione, fa parte della crisi stessa. E questioni come aspettative e fiducia sono molto importanti.

Of: Sembra che le differenze della condizione del ceto medio, rispetto al passato, siano solo negative. Esistono ancora dei valori positivi al suo interno?
Sciarrone: Penso che il ceto medio abbia dalla sua parte grandi potenzialità, che però nella fase attuale tendono a manifestarsi tra due orientamenti opposti. Il primo, più passivo, è quello di difendere le posizioni raggiunte con atteggiamenti conservatori. Il secondo, più reattivo, punta a migliorare il proprio status, mettendosi in gioco. Un ceto medio che non ha paura di remare controcorrente. ---- Of: Perché sui giornali e in tv si sente così tanto parlare di ceto medio?
Sciarrone: Perché, grazie ai suoi confini mobili, ridefiniti nel dibattito pubblico, è una categoria che si presta a raggruppare un numero molto ampio di individui. Molti discorsi sul ceto medio sembrano in realtà riferirsi alla società nel suo complesso.

Of: Quindi lo si evoca con superficialità?
Sciarrone: Più che di superficialità parlerei di un uso generico nonostante la problematicità che evoca. E ha rilevanza anche nel dibattito politico, spesso percepito come serbatoio di consensi elettorali.

Of: Pensa che rispetto a quando è uscito il suo libro (2011), la situazione del ceto medio sia peggiorata?
Sciarrone: Purtroppo sì. Non solo economicamente, ma come dicevo anche sul piano delle aspettative. E aumentano, al suo interno, le linee di segmentazione, legate ad esempio alla professione, alla contrapposizione generazionale e al contesto territoriale.

Of: Il ceto medio è veramente destinato a scomparire?
Sciarrone: Sicuramente non esisterà più quello tradizionale che fondava la propria vita su una serie di tappe obbligate, scandite e ordinate: istruzione, lavoro, casa, famiglia, pensione. Queste sequenze non scompariranno, ma avranno tempi e modalità diversi. Stiamo peraltro assistendo a profondi cambiamenti nel mondo del lavoro, con conseguenze nei processi di stratificazione sociale, sul piano delle disuguaglianze economiche e sociali, ma anche su quelle delle differenze culturali. Rispetto al ceto medio, in quanto costruzione sociale, molto dipenderà dalla politica e dalla volontà di quest’ultima di intraprendere un progetto per la sua “rinascita”.

Of: Come è possibile pensare una società senza ceto medio?
Sciarrone: Immaginare una società privata del suo ceto medio, significa pensare a una realtà fortemente individualizzata sul piano sociale, con crescenti livelli di disuguaglianze strutturate. La costruzione del ceto medio è stato infatti il prodotto di un “contratto sociale” che ha cercato di tenere insieme sviluppo economico, equità e coesione sociale. La “questione” del ceto medio rende esplicita l’erosione di quel patto sociale: pensiamo alla crisi del welfare, che tanta parte ha avuto nella costruzione e nel consolidamento del ceto medio.

Of: E come si esplicita nel presente tutto questo?
Sciarrone: Oggi il problema principale è dato dall’aumento a ritmi sostenuti della disuguaglianza, che pare molto difficile da contrastare. Bisogna allora chiedersi: qual è il livello di diseguaglianza che può essere accettato e tollerato? Come si conciliano gli imperativi della crescita economica con le esigenze di coesione sociale?

Of: Come andrà finire quindi?
Sciarrone: Se i cittadini si rassegneranno a una società basata su forti disuguaglianze economiche e sociali, allora forse il ceto medio scomparirà definitivamente. Altrimenti, se le istanze di giustizia e solidarietà riacquisteranno importanza, si assisterà a una sua nuova stagione. Sarà tuttavia necessario anche un progetto politico, lungimirante e inclusivo, in grado di aggregare interessi diversi, compatibili con l’interesse della collettività. Un progetto che al momento non compare tra le priorità dell’agenda politica.

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Data prima pubblicazione: 5 giugno 2014

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