Ricchi ma poveri/Parla il sociologo: un futuro di paure. A meno che…

Crisi, scomparsa, morte. Oggi il disagio del ceto medio si trova al centro dell’interesse mediatico e c’è chi (vedendoci lungo o sbagliando?), ne ipotizza perfino la sua definitiva estinzione. Ma come è possibile pensare a una società privata della sua classe media? Spogliata dall’intraprendenza dei suoi professionisti, artigiani e commercianti? Of lo ha domandato a Rocco Sciarrone, professore di sociologia all’Università di Torino che, rivela, pensare a una nazione derubata del suo ceto medio, significa concepire una realtà fatta di disuguaglianze e ingiustizie
di: Noemi Pizzola
23 Luglio 2015
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È appurato che, durante i momenti di crisi economica, emerga con insistenza la questione del ceto medio. Come mai? Perché si parla oggi di “crisi del ceto medio”? E a quali conseguenze ha portato questo declino?
Il tema è di grande complessità e per far luce su questi e altri quesiti, Of ha intervistato Rocco Sciarrone, professore di Sociologia generale all’Università di Torino e autore, insieme a Nicoletta Bosco, Antonella Meo e Luca Storti (professori e ricercatori nel medesimo ateneo), de “La costruzione del ceto medio. Immagini sulla stampa e in politica” (2011), indagine sostenuta dal Consiglio Italiano per le Scienze Sociali, che analizza, attraverso le forme del discorso pubblico, la costruzione politica e culturale del ceto medio.

Of: Oggi si sente parlare insistentemente di crisi del ceto medio. Prima di analizzare cosa è cambiato rispetto al passato, definiamo cosa si intende con questa categoria…
Sciarrone: Definire il concetto di ceto medio è da sempre molto problematico. È una costruzione sociale, dai confini mobili, dipendente da determinate contingenze storiche e politiche, che fa riferimento a caratteristiche culturali, determinati stili di vita, modelli di consumo e aspirazioni. Con differenze al suo interno molto difficili da cogliere.

Of: Come lo si definisce in termini di reddito?
Sciarrone: Il reddito personale o familiare può essere un’approssimazione utile, ma è una misura molto grezza, soprattutto durante congiunture critiche. Essere parte o meno del ceto medio, infatti, non è tanto una questione di reddito, quanto di status e prestigio. Fissare delle soglie, comunque, può permettere di delimitarne i confini, ma sempre si tratta di una costruzione sociale. Ad esempio, nel dibattito pubblico, queste soglie sono spesso indicate, ma con alti livelli di variabilità…

Of: Quali sono questi livelli?
Sciarrone: Il limite inferiore dell’intervallo varia tra i 7.500 e i 30.000 euro annui, mentre il limite superiore va dai 16.550 ai 100.000, senza tenere conto se si tratta di valori lordi o netti. Infatti per definire il ceto medio è necessario considerare altre variabili oltre al reddito, tra cui il modo di formazione del reddito, ma anche il livello di istruzione, il tipo di abitazione, i consumi culturali.

Of: È possibile parlare di un ceto medio pre-crisi e post-crisi?
Sciarrone: Storicamente il ceto medio coincide con coloro che si collocano nel mezzo della scala sociale, più precisamente tra la classe operaia e la grande borghesia, comprendendo quindi un ampio spazio sociale, molto differenziato al suo interno. La frattura più importante è quella tra lavoratori autonomi e dipendenti. Tradizionalmente includeva la piccola borghesia agricola (coltivatori diretti, agricoltori), la piccola borghesia urbana (artigiani, commercianti, piccoli imprenditori) e il cosiddetto ceto medio impiegatizio.

Of: Con il tempo però questi confini si sono allargati…
Sciarrone: Esatto, arrivando oggi a comprendere categorie appartenenti al lavoro autonomo e al mondo delle professioni. Prima della crisi il ceto medio evocava gerarchie più nette, maggiormente riconoscibili dal punto di vista culturale e sociale. Sentirsi di ceto medio significava identificarsi con una situazione di benessere economico e di piena inclusione sociale.

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