PIR: l’investimento che ripara dalla pioggia di tasse

Sono la novità del 2017. I Piani Individuali di Risparmio (detti Pir) incentivano l’investimento di medio-lungo periodo finanziando l’economia reale e convogliando flussi di capitali verso le società a piccola e media capitalizzazione. Perché tanto interesse? E’ proprio questa la novità: sono esentasse. E l’offerta si sta infoltendo. Ecco come funzionano i nuovi prodotti, quanto si risparmia grazie ai benefici fiscali e chi c’è sul mercato. Il rischio è che…
di: Elisa Vannetti
27 Febbraio 2017
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Il panorama dell’offerta dei nuovi strumenti finanziari che permettono di investire esentasse si va infoltendo. I Piani Individuali di Risparmio (PIR), la grande novità del risparmio gestito introdotta dalla Legge di Stabilità 2017, dopo aver attirato sul mercato le case di gestione, le prime ad essere pronte, sta incontrando l’interesse di un numero sempre crescente di operatori che si dicono pronti a lanciare soluzioni ad hoc entro la primavera, o al più tardi per l’estate. Ancora è presto per definire quali effetti benefici porteranno i nuovi strumenti di investimento sui portafogli dei privati cittadini nel medio-lungo periodo. Ma le stime di Assogestioni sono rosee: in 5 anni, prevede l’associazione italiana delle società di gestione del risparmio, il nuovo strumento di investimento potrà produrre una raccolta stimata in 16 miliardi di euro.

Ma cosa sono i PIR


I Piani Individuali di Risparmio (PIR), destinati unicamente all’investitore privato e nati per incoraggiare l’investimento di medio-lungo periodo, sono un “contenitore” di altri prodotti finanziari che permettono di accedere a una serie di importanti benefici fiscali, a patto però che non si lasci l’investimento prima di 5 anni. Possono assumere la forma di fondi comuni, gestioni patrimoniali, contratti di assicurazione o depositi amministrati. Ma per beneficiare dell’agevolazione è necessario che siano rispettati determinati vincoli: il 70% del patrimonio deve essere investito in titoli (azioni e obbligazioni) emessi da imprese italiane o europee stabilite in Italia. All’interno di questo 70%, una quota pari al 30% (che corrisponde al 21% del portafoglio complessivo) deve essere costituita da titoli emessi da imprese non presenti nell’indice Ftse MIB (l’indice che comprende 40 società a maggiore capitalizzazione), convogliando, quindi, i capitali verso i titoli di società a media e bassa capitalizzazione. Mentre il restante 30% non ha vincoli. Si può investire fino a un massimo di 30.000 euro all’anno, per un totale di 150.000 euro al termine dei 5 anni.

I vantaggi fiscali


I Piani Individuali di Risparmio, istituiti con lo scopo dichiarato di favorire l’economia reale italiana convogliando, soprattutto verso le imprese a piccola e media capitalizzazione, flussi di nuovi capitali, e creando in questo modo un canale di finanziamento alternativo al classico sistema bancario, hanno anche un altro vantaggio. Come detto, infatti, i Pir, se tenuti per 5 anni, sono esentasse. Cioè consentono l’esenzione dalle imposte sugli eventuali redditi da capitale, che oggi arrivano al 26% per azioni e obbligazioni, e al 12,50% nel caso dei Titoli di Stato. Chi oggi investe 30.000 euro in un fondo o in altro prodotto finanziario classificato come Pir, dal 1° gennaio 2022 potrà riscattare la posizione senza pagare le imposte sul capital gain, sui rendimenti (cedole, dividendi), nonché le imposte di donazione e successione. Il vantaggio fiscale è dunque significativo.

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