Ricchi ma poveri/Intervista: “Ero benestante, sono tornato a lavorare dopo la pensione”

Mario e Fabiola sono due classici esponenti dell’alto ceto medio: villetta a due piani, due negozi, casa al mare e una in montagna. Sembrano avere una vita agiata, eppure hanno smarrito quel senso di fiducia legato alla stabilità economica. E, nonostante la pensione, hanno ripreso a lavorare. Tra mille timori: come mantenere le proprietà immobiliari, pagare le tasse e affrontare le spese che si presentano con l’avanzare dell’età? Ecco cosa succede quando anche i beni materiali non rappresentano più una sicurezza economica e un simbolo di status sociale
di: Teo Baldosan
23 Luglio 2015
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“Come le pago le badanti? Con i mattoni delle case che non riesco a vendere?”
Facciamo un passo indietro: Mario e Fabiola sono una coppia sposata in pensione da oltre 10 anni, entrambi ex artigiani veneti. Percepiscono, assieme, 3.000 euro netti al mese. Possiedono una graziosa villetta a due piani, due negozi in centro paese, cinque box, casa al mare e una in montagna. Assicurazioni vita e bond in banca. Ma non si sentono tranquilli. E sono tornati a lavorare.

Il motivo? In banca lui si è ritrovato una liquidità in conto di “soli” 30.000 euro, la soglia minima per stare sereni, ma che si è paurosamente allontanata tra IMU, spese varie e una cartella Equitalia che non si aspettava (ma l’ha contestata).
La pensione è erosa continuamente dall’inflazione e in più, tutti i liquidi in Posta messi da parte in caso di necessità (quasi 90.000 euro) si sono polverizzati negli ultimi tre anni, per pagare medicine, visite e soprattutto badanti alla suocera ultra novantenne, “per fortuna” ora defunta, perché “altrimenti non so cosa avremmo potuto fare”.
Stavano bene. Oggi si sentono poveri.

Esagerazione o disagio reale? Come è possibile che chi possiede negozi, case e box, si senta scivolare verso la povertà? A spiegarlo, molto chiaramente, è stato Rocco Sciarrone, professore di Sociologia generale all’Università di Torino (leggi qui l'intervista): la percezione della crisi e della propria condizione fanno parte della crisi stessa. Crisi reale e crisi percepita stringono infatti tra loro interrelazioni molto profonde, anche se non automatiche.

Nel dibattito su quanto la crisi percepita influenzi quella reale e viceversa, una cosa è certa: oggi, il ceto medio, è rappresentato per lo più da individui come l’artigiano che ha accettato, sotto anonimato, di rispondere alle domande di Of.
Ecco il punto di vista di chi, dopo anni di lavoro e gratificazioni, deve fare i conti con un futuro incerto. E che, rivela, si sente derubato da tutti.

Of: Perché si sente più povero?
Mario: I miei guadagni si sono volatilizzati. Mi avevano consigliato di investire quasi tutti i risparmi in obbligazioni bancarie. L’ho fatto ed è stata una catastrofe. Ho perso quasi tutto.

Of: Ma non aveva diversificato i risparmi?
Mario: Avevo tenuto un tesoretto alla Posta in libretti, ma li ho usati tutti per mantenere la mamma di mia moglie, che ha superato i 90 anni, e richiedeva molte cure e assistenza. Poi alla Posta hanno continuato ad aumentare i canoni e a risicare i rendimenti sulla liquidità.

Of: E quindi dove ha investito il suo denaro?
Mario: L’ultimo investimento l’ho fatto due anni fa, comprando un box. Mi pareva una buona idea. Adesso ne ho cinque, a parte quello che uso io, e sono vuoti perché non riesco a trovare chi li affitti a un prezzo decente. L’ultimo che aveva affittato nemmeno mi pagava e ho dovuto sobbarcarmi anche le spese legali per mandarlo via.

Of: Ha pensato di vendere i negozi?
Mario: Ovviamente. Ma niente, non trovo acquirenti che paghino “il giusto”. Svendere? Non me la sento. Ho provato ad affittarli a un paio di società che mi sembravano solide, e invece hanno chiuso e se ne sono andati alla chetichella, lasciando debiti per bollette mai pagate.

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