Ricchi ma poveri/Dove cresce e dove è in crisi: foto di una rivoluzione

Nel 2030 oltre metà della middle class mondiale risiederà in Asia, scavalcando definitivamente Europa e Stati Uniti. Cosa è successo al ceto medio occidentale, intraprendente e fiducioso? Agli infaticabili professionisti, artigiani, commercianti? Cosa ne è stato del seducente American Dream? Questi e i futuri saranno gli anni che porteranno il ceto medio a vivere la sua terza rivoluzione
di: Noemi Pizzola
23 Luglio 2015
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Nel 2030 il 66% della middle class mondiale (3,2 miliardi di individui) risiederà in Asia, un valore 10 volte superiore rispetto a quello del Nord America e 5 volte di più rispetto all’Europa. Il che significa che gli esponenti di questa fascia di popolazione passeranno dai quasi 2 miliardi del 2009 ai quasi 5 nel 2030.

La ricerca “The New Global Middle Class: A Cross-Over from West to East” è stata condotta dagli studiosi Kharas e Gertz del Brookings Institution (e ripresa da OECD, Organisation for Economic Co-operation and Development), organismo non profit con base a Washington che svolge indagini indipendenti su tematiche quali sviluppo ed economie mondiali, prendendo in esame 145 nazioni, raggruppando così il 98% della popolazione totale. E l’Asia, come mostrano i valori, sarà la responsabile numero uno di questa crescita sorprendente. Uno sviluppo a cui non saranno immuni nemmeno l’America Latina, che passerà dai 181 milioni di individui iscritti nel ceto medio nel 2009, ai 313 nel 2030, l’Africa e il Medio Oriente, dove il valore si raddoppierà, raggiungendo la soglia dei 341 milioni.

Ma chi sono questi individui? Secondo il Brookings Institution e l’OECD, si parla di middle class per quegli abitanti che al giorno guadagnano (o spendono) tra i 10 e i 100 dollari (ma ci sono anche standard fissati tra i 2 e i 13 dollari al giorno). Una definizione che nasconde contraddizioni e ambiguità. Tradizionalmente il concetto di “ceto medio” è connesso alla capacità di condurre una vita confortevole: possedere una casa, esercitare un lavoro stabile, dare ai propri figli l’opportunità di istruirsi, poter contare su una futura (e ragionevole) pensione. Ma alcune cose stanno cambiando.

Quella che si sta infatti definendo è una situazione contraddittoria: da una parte si nota il progressivo impoverimento del ceto medio occidentale, dall’altra una crescita significativa nei paesi emergenti, dove però “middle class” non è sinonimo di stabilità economica: il 55% dei poveri indonesiani, non lo era l’anno precedente (dati World Bank).
Gli esperti avvertono: il ceto medio sta attraversando una terza rivoluzione. E oggi, il boom, interessa i paesi emergenti.

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Nel 1990 quasi 2 miliardi di individui, più di un terzo della popolazione mondiale, vivevano con meno di 1,25 dollari al giorno. Nel 2010 il dato è sceso a 1,2 miliardi (meno di un quinto degli abitanti del pianeta). La povertà è quindi diminuita, ma a salire è stato il numero di persone imprigionate nella fascia appena sopra la linea di povertà: 3 miliardi nei paesi in via di sviluppo.
I dati sono quelli raccolti dal Financial Times, che ha interpellato, su 122 paesi emergenti negli ultimi 30 anni, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Asiatica per lo Sviluppo. Quello che ne deriva è un quadro ampio e articolato, dove lo sviluppo del ceto medio di queste realtà, viene perfettamente indicato con l’espressione “Fragile Middle Class”.

Per rientrare nella categoria basta infatti guadagnare 2 dollari al giorno (secondo la Banca Asiatica per lo Sviluppo tra i 2 e i 20), il che significa, secondo gli standard mondiali, vivere sì sopra la soglia di povertà (fissata a 1,25 $), ma combattere quotidianamente per non ripiombarci improvvisamente. Un evento che, in questi contesti, appare più semplice del previsto: basta una malattia, un incidente invalidante, una calamità naturale, un raccolto andato male o la morte di un parente lavoratore, per trascinare un’intera famiglia nel baratro.

E la Banca Mondiale ha avvisato che attualmente la crescita dei paesi emergenti è del 2,5% più debole rispetto agli anni precedenti la crisi economica. Un dato che potrebbe erodere i benefici raggiunti negli ultimi decenni da questi individui, riportandoli nella fame e nella miseria.

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