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SOMMARIO

Nel 2030 oltre metà della middle class mondiale risiederà in Asia, scavalcando definitivamente Europa e Stati Uniti. Cosa è successo al ceto medio occidentale, intraprendente e fiducioso? Agli infaticabili professionisti, artigiani, commercianti? Cosa ne è stato del seducente American Dream? Questi e i futuri saranno gli anni che porteranno il ceto medio a vivere la sua terza rivoluzione

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Nel 2030 il 66% della middle class mondiale (3,2 miliardi di individui) risiederà in Asia, un valore 10 volte superiore rispetto a quello del Nord America e 5 volte di più rispetto all’Europa. Il che significa che gli esponenti di questa fascia di popolazione passeranno dai quasi 2 miliardi del 2009 ai quasi 5 nel 2030.

La ricerca “The New Global Middle Class: A Cross-Over from West to East” è stata condotta dagli studiosi Kharas e Gertz del Brookings Institution (e ripresa da OECD, Organisation for Economic Co-operation and Development), organismo non profit con base a Washington che svolge indagini indipendenti su tematiche quali sviluppo ed economie mondiali, prendendo in esame 145 nazioni, raggruppando così il 98% della popolazione totale. E l’Asia, come mostrano i valori, sarà la responsabile numero uno di questa crescita sorprendente. Uno sviluppo a cui non saranno immuni nemmeno l’America Latina, che passerà dai 181 milioni di individui iscritti nel ceto medio nel 2009, ai 313 nel 2030, l’Africa e il Medio Oriente, dove il valore si raddoppierà, raggiungendo la soglia dei 341 milioni.

Ma chi sono questi individui? Secondo il Brookings Institution e l’OECD, si parla di middle class per quegli abitanti che al giorno guadagnano (o spendono) tra i 10 e i 100 dollari (ma ci sono anche standard fissati tra i 2 e i 13 dollari al giorno). Una definizione che nasconde contraddizioni e ambiguità. Tradizionalmente il concetto di “ceto medio” è connesso alla capacità di condurre una vita confortevole: possedere una casa, esercitare un lavoro stabile, dare ai propri figli l’opportunità di istruirsi, poter contare su una futura (e ragionevole) pensione. Ma alcune cose stanno cambiando.

Quella che si sta infatti definendo è una situazione contraddittoria: da una parte si nota il progressivo impoverimento del ceto medio occidentale, dall’altra una crescita significativa nei paesi emergenti, dove però “middle class” non è sinonimo di stabilità economica: il 55% dei poveri indonesiani, non lo era l’anno precedente (dati World Bank).
Gli esperti avvertono: il ceto medio sta attraversando una terza rivoluzione. E oggi, il boom, interessa i paesi emergenti.

I paesi emergenti: cosa sta accadendo in Cina, Indonesia, Brasile e India

Nel 1990 quasi 2 miliardi di individui, più di un terzo della popolazione mondiale, vivevano con meno di 1,25 dollari al giorno. Nel 2010 il dato è sceso a 1,2 miliardi (meno di un quinto degli abitanti del pianeta). La povertà è quindi diminuita, ma a salire è stato il numero di persone imprigionate nella fascia appena sopra la linea di povertà: 3 miliardi nei paesi in via di sviluppo.
I dati sono quelli raccolti dal Financial Times, che ha interpellato, su 122 paesi emergenti negli ultimi 30 anni, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Asiatica per lo Sviluppo. Quello che ne deriva è un quadro ampio e articolato, dove lo sviluppo del ceto medio di queste realtà, viene perfettamente indicato con l’espressione “Fragile Middle Class”.

Per rientrare nella categoria basta infatti guadagnare 2 dollari al giorno (secondo la Banca Asiatica per lo Sviluppo tra i 2 e i 20), il che significa, secondo gli standard mondiali, vivere sì sopra la soglia di povertà (fissata a 1,25 $), ma combattere quotidianamente per non ripiombarci improvvisamente. Un evento che, in questi contesti, appare più semplice del previsto: basta una malattia, un incidente invalidante, una calamità naturale, un raccolto andato male o la morte di un parente lavoratore, per trascinare un’intera famiglia nel baratro.

E la Banca Mondiale ha avvisato che attualmente la crescita dei paesi emergenti è del 2,5% più debole rispetto agli anni precedenti la crisi economica. Un dato che potrebbe erodere i benefici raggiunti negli ultimi decenni da questi individui, riportandoli nella fame e nella miseria. ---- Anni e anni di benessere economico hanno condotto all’idea che la lotta alla povertà contemplasse un’unica via: scalare l’ascensore economico e sociale, da cui difficilmente si ricade. Ma ogni anno, nei paesi in via di sviluppo, si verificano enormi rimescolii tra chi si trova sopra la linea di povertà e chi si trova sotto. Nell’India rurale, ad esempio, le entrate rimangono fortemente legate alla buona o cattiva abbondanza del raccolto, alle condizioni climatiche ma anche ai cambi di governo; mentre in Indonesia, ogni anno, il 55% dei poveri, non lo era l’anno precedente. Il concetto appare palese all’interno della ricerca sull’India condotta dal McKinsey Global Institute: la differenza tra chi vive al di sotto la soglia della povertà e chi invece si trova sopra la “empowerment line” (che contempla la soddisfazione dei bisogni fondamentali, come istruzione e sanità), è di solo 8 dollari al mese a persona.

Matthew Wai-Poi, della World Bank di Jakarta, pensa che sia giunto il momento di ripensare alla definizione di ceto medio nei paesi in via di sviluppo, focalizzandosi non sulle attitudini al consumo, bensì sulla sicurezza economica e finanziaria. Il che significa che un esponente del ceto medio non può essere a rischio povertà l’anno successivo. Utilizzando questa prospettiva più critica, Matthew Wai-Poi ha di recente seguito un’indagine sulla middle class indonesiana: 44 milioni di individui che vivono spendendo o guadagnando dai 4,50 a 22,50 dollari al giorno. Intanto il problema principale dell’Indonesia è rappresentato da una preoccupate crescita delle ineguaglianze sociali ed economiche, tra le più alte in Asia: nell’ultimo decennio, nonostante la costante crescita del paese, i consumi della fascia dei poveri e della “fragile middle” è rimasta vicina allo zero. E così mentre i grandi finanzieri si stanno arricchendo, i poveri diventano sempre più poveri. Suona nuova questa frase?

In Brasile si assiste invece a una vera e propria rivoluzione delle aspettative legata alla nascente middle class latina, che ha preso il via negli anni più recenti: nell’ultimo decennio 35 milioni di brasiliani si sono spostati sulla scala sociale, entrando nel rango di “consumatori di massa”. Oggi la middle class dell’America Latina si stanzia al 30% circa (40% in Brasile), comprendendo individui che guadagnano tra i 10 e i 50 dollari al giorno. Un nuovo ceto medio, messo a rischio però, secondo Santiago Levy, economista alla Inter-American Development Bank, da una lenta crescita produttiva. È questa la sfida del Brasile, dove lo stipendio medio è cresciuto del 30% dal 2003, mentre la produttività è rimasta stagnante.

Diverso il fenomeno che si sta verificando in Cina, dove il flusso migratorio dalle zone rurali verso le grandi metropoli, ha portato alla nascita di una nuova emergente middle class, caratterizzata però da un alto tasso di vulnerabilità. L’esempio calzante citato dal Financial Times è la storia di Xu Bo, lavoratore in un’azienda costruttrice di Pechino, trasferitosi dalla periferica campagna, che intasca tra i 600 e gli 800 dollari al mese, ma che non pensa minimamente al trasferimento definitivo, perché non se lo può permettere.

La sfida attuale e futura per il governo cinese è quindi quella di alzare il tenore di vita di questi abitanti e integrarli nella realtà cittadina, operazione quanto più auspicabile visto che questi individui rappresentano l’emergente consumatore, che comprerà servizi e prodotti. E se restano senza lavoro, l’ovvia alternativa alla disoccupazione è quella di lasciare la città e tornare alla propria realtà rurale, più marginale e arretrata. E basta un mese senza lavoro, per perdere lo status appena acquisito di esponente del ceto medio.

L’Italia: scomparsa del ceto medio?

Declino, scomparsa, uccisione, morte, povertà, vulnerabilità, distanza dalla politica, orfano, annientamento della democrazia. Sono solo alcuni, questi, i nomi che, negli ultimi anni, hanno accompagnato il termine “ceto medio” nella stampa nazionale. Un ceto medio scivolato verso il basso in termini di reddito, di opportunità e di ruolo sociale. ---- Il 30% della popolazione non riesce ad arrivare a fine mese con le proprie entrate, il 51,8% ci riesce solo mettendo mano ai propri risparmi, mentre il potere d’acquisto è calato per 7 italiani su 10. E si tagliano le spese dove si può: il 45% va meno al ristorante, il 53% riduce l’uso di auto e moto, il 63% risparmia nel carrello della spesa, il 76% va a caccia di promozioni, il 51% compra nei discount e il 24% cerca sconti online.
E intanto si verifica uno slittamento della ricchezza verso le fasce più anziane della popolazione: nel 1991 i nuclei con capofamiglia di età inferiore a 35 anni detenevano il 17,1% della ricchezza totale delle famiglie, valore sceso al 5,2% nel 2010. Un ulteriore drammatico dato sulla condizione giovanile in Italia.

E mentre i dirigenti hanno tagliato i propri consumi del 2,4%, gli operai li hanno diminuiti del 10,5%, gli imprenditori del 5,9% e gli impiegati del 4,5%. Disuguaglianze che si presentano anche sul piano geografico: il rischio di povertà è del 33,3% nel sud, un valore più che triplo rispetto al nord (10,7%) e doppio rispetto al centro (15,5%).

Sono questi i numeri degli ultimi rapporti Censis (2014, 2013 e 2012) ed Eurispes (2014), a cui si accoda anche quello della Caritas Italiana “False partenze 2014”, secondo cui il numero delle richieste di aiuto è in significativo aumento, con “la platea sempre più ampia del ceto medio o comunque di gruppi sociali tradizionalmente estranei a questi stati di sofferenza”. La disoccupazione è il motivo principale del disagio, e riguarda il 61,3% di coloro che si sono rivolti ai centri per ricevere servizi e sussidi.
Un fenomeno a cui nemmeno la Spagna è estranea, come rivelano i dati di Caritas Madrid, che, nel 2012, ha registrato un aumento del 40% nelle richieste di soccorso, molte delle quali provenienti da persone che, prima della recessione economica, conducevano una vita normale: pagavano le tasse, il mutuo, avevano un lavoro e, soprattutto, una sicurezza economica.

Infine sono davvero inquietanti i dati riguardanti il tessuto produttivo italiano: nel 2013 hanno chiuso due imprese ogni ora, 54 al giorno. In cinque anni, dall’inizio della crisi, sono state dichiarate fallite 59.570 aziende. A soffrire maggiormente la Lombardia che detiene il 22,6% delle chiusure nazionali, a cui seguono Lazio (10,7%) e Veneto (8,9%). Tra i settori, invece, il triste primato lo detengono edilizia e commercio: 2.800 le imprese fallite nel 2013 nel settore costruzioni, mentre sono 1.900 le aziende chiuse nelle vendite all'ingrosso e altrettante quelle al dettaglio.

Ciò che è certo è che quello che accomuna la stragrande maggioranza della popolazione è un senso di incertezza nei confronti del futuro, una collettiva sensazione di incapacità nel padroneggiare l’avvenire, nel difendere i propri standard di vita, con prospettive cariche di incognite. Dilaga una diffusa sensazione di perdita: perdita del tenore di vita, di specifici modelli di consumo, di prospettive di miglioramento e di aspettative per i propri figli. Perdita, insomma, di tutti quegli elementi che rappresentano il cemento culturale che costituisce il ceto medio. Un ceto medio non solo impoverito dal punto di vista economico, ma derubato della ricchezza maggiore: la certezza che i figli avranno un futuro migliore dei genitori.

Il caso degli Stati Uniti

L’american dream perde drasticamente il suo fascino: la middle class statunitense non è più la “più ricca del mondo”, lascandosi superare da Canada e avvicinare progressivamente da inglesi e olandesi. Nel 2010 il reddito medio di un cittadino americano era di 18.700 dollari all’anno, il 20% in più rispetto al 1980, ma un valore stagnante rispetto al 2000; mentre nell’ultimo decennio il reddito di inglesi e canadesi è cresciuto del 20%, e del 14% quello degli olandesi.

I dati sono quelli prodotti dal New York Times in collaborazione con LIS, istituto di ricerca con sede a Lussemburgo, prendendo in considerazione gli ultimi 35 anni: la crescita della nazione continua ad essere forte, eppure solo una piccola fetta della popolazione ne ha potuto trarre vantaggio, mentre la maggior parte ha continuato a pagare il prezzo della crescente ineguaglianza. E infatti tra i motivi principali dell’attuale situazione economica e sociale, compaiono quelle politiche fiscali che hanno finito per agevolare le classi più agiate.

Ad essersi interessati a questo tema sono stati anche Steven Fazzari, docente alla Washington University di St. Louis, e Barry Cynamon, della Federal Reserve Bank, i quali hanno dato il proprio contributo alla ricerca “Inequality, the Great Recession and Slow Recovery”, da cui emerge che negli Usa, nel 2012, il 5% dei lavoratori è stato responsabile del 38% dei consumi domestici (era del 28% nel 1995).
E anche tra gli americani calano così fiducia e ottimismo: il 44% di loro si considera ceto medio, contro il 53% nel 2008, mentre chi sostiene di appartenere alla classe medio-bassa ha raggiunto il 40% contro il 25% del 2008. Infine di quel 21% che nel 2008 si percepiva nella upper-middle class, è rimasto un magro 15% (dati PEW Center).

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Data prima pubblicazione: 5 giugno 2014

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