Ricchi ma poveri/Il flop della classe media (aggiornato)

In Italia e nel mondo occidentale è in corso una rivoluzione epocale: il ceto medio ha perso i suoi tratti distintivi e si trova ad affrontare una crisi di dimensioni mondiali. Intanto, nei Paesi emergenti come Indonesia e Cina, intascare 7 dollari al giorno è sinonimo di middle class. Scomparsa e sviluppo. Morte e nascita. L’Ottocento ha messo in mostra le disparità sociali, il Novecento ha rappresentato l’utopia di poterle arginare. Ora la forbice torna ad allargarsi. Del fenomeno se ne sono occupati i grandi istituti di ricerca internazionali e la stampa estera più prestigiosa, a partire da Financial Times, New York Times e The Guardian
di: Noemi Pizzola
23 Luglio 2015
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7 milioni di italiani hanno perso il loro ancoraggio alla classe media. Facendo un passo indietro rispetto ai loro genitori. Ed è la prima volta che capita dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. È questa, senza troppi giri di parole, la fotografia scattata da Intesa Sanpaolo e Einaudi che, il 22 luglio 2015, hanno presentato i dati di una ricerca congiunta sul risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani. In altre parole: la middle class si è assottigliata negli anni a cavallo tra il 2007 e il 2014. Facendo scendere la percentuale degli appartenenti dal 57,1% al 38,5%. Colpa della crisi, certo, che ne ha frenato non solo l’ascesa ma ne ha anche ridotto le finanze. Facendo di conseguenza cambiare sensibilmente il tenore di vita.

Il 25% degli intervistati, infatti, ha tagliato gli acquisti di automobili. Il 60% ha fatto economia rinunciando a vacanze e a cene fuori. Il 35% ha smesso di andare a spettacoli. E il 24% ha rinunciato a cure mediche private. Ma è a livello psicologico che le ripercussioni sono state maggiori. La crisi ha trasformato la middle class italiana, portandola a rivedere le proprie proprietà e infondendole una nuova consapevolezza: si spende meno, certo, ma si deve spendere meglio. Ecco perché, nel corso degli ultimi 7 anni, per la prima volta, la vendita di bicilette ha superato quella di automobili. Mentre le spese legate alle attività sportive hanno subito una riduzione poco significativa, soprattutto rispetto ad altre categorie di servizi, e nell’ordine del 5-11%.

Anche la propensione al risparmio del ceto medio, fanno sapere Intesa Sanpaolo e Einaudi, si è modificata. Se nel 2007 si risparmiava principalmente per acquistare una casa o per far fronte a eventuali imprevisti futuri, nel 2015, invece, assume maggior rilevanza il desiderio di restaurare una casa di proprietà e di accumulare soldi extra per i figli, per farli studiare, per garantire loro un futuro sereno ed economicamente stabile. Il livello di indebitamento, pertanto, si è ridotto rispetto al 2007, portando dal 26% al 21% la quota di chi ha ancora un mutuo attivo. Mentre il credito al consumo è rimasto fermo alla soglia del 18%.

In molti la chiamano “età dell’ansia”, caratterizzata dalla perdita di quei fattori di sicurezza su cui gli individui facevano forza nei momenti di difficoltà, ma anche nella progettazione del proprio futuro, come occupazione professionale, da sempre sinonimo di stabilità, investimento sul mattone, importanza dell’istruzione e della formazione universitaria.

Una crisi che infatti, oltre a colpire i bilanci delle famiglie, sta logorando anche quello spirito di fiducia, intraprendenza e ottimismo tipico dei decenni precedenti. Un recente studio condotto da Demos&Pi e Demetra per Fondazione Unipolis rivela che nel 2014 il 52% degli italiani si colloca all’interno della classe bassa, mentre il 41,1% si percepisce nella media. Nel 2011 il 41,6% si considerava classe bassa e il 49,7% classe media, mentre nel 2006, quindi prima dello scoppio della crisi economica, il 28,2% si collocava nella classe bassa, e il 59,2% in quella media. Inoltre il 60% degli intervistati si mostra preoccupato verso il futuro, mentre il 67% guarda all’emigrazione come l’unica opportunità di riscatto per i giovani. Solo gli spagnoli, e in parte i francesi, esprimono sentimenti paragonabili a quelli italiani.

Cresce anche la disuguaglianza sociale. Negli ultimi 10 anni, infati, la ricchezza finanziaria netta è passata da 26.000 a 15.600 euro a famiglia, con una riduzione del 40,5%; ma nel dettaglio la quota di famiglie con una ricchezza finanziaria netta superiore a 500.000 euro è raddoppiata, passando dal 6% al 12,5%, mentre la quota di ricchezza del ceto medio (compresa tra i 50.000 e i 500.000 euro, comprensiva anche dei beni immobili) è scesa dal 66,4% al 48,3%. I dieci uomini più ricchi d’Italia dispongono di un patrimonio di circa 75 miliardi di euro, pari a quello di 500.000 famiglie operaie messe assieme. E oggi, la ricchezza di un dirigente è 5,6 volte superiore rispetto a quello di un operaio, mentre era tripla vent’anni fa.

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