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SOMMARIO

In Italia e nel mondo occidentale è in corso una rivoluzione epocale: il ceto medio ha perso i suoi tratti distintivi e si trova ad affrontare una crisi di dimensioni mondiali. Intanto, nei Paesi emergenti come Indonesia e Cina, intascare 7 dollari al giorno è sinonimo di middle class. Scomparsa e sviluppo. Morte e nascita. L’Ottocento ha messo in mostra le disparità sociali, il Novecento ha rappresentato l’utopia di poterle arginare. Ora la forbice torna ad allargarsi. Del fenomeno se ne sono occupati i grandi istituti di ricerca internazionali e la stampa estera più prestigiosa, a partire da Financial Times, New York Times e The Guardian

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7 milioni di italiani hanno perso il loro ancoraggio alla classe media. Facendo un passo indietro rispetto ai loro genitori. Ed è la prima volta che capita dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. È questa, senza troppi giri di parole, la fotografia scattata da Intesa Sanpaolo e Einaudi che, il 22 luglio 2015, hanno presentato i dati di una ricerca congiunta sul risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani. In altre parole: la middle class si è assottigliata negli anni a cavallo tra il 2007 e il 2014. Facendo scendere la percentuale degli appartenenti dal 57,1% al 38,5%. Colpa della crisi, certo, che ne ha frenato non solo l’ascesa ma ne ha anche ridotto le finanze. Facendo di conseguenza cambiare sensibilmente il tenore di vita.

Il 25% degli intervistati, infatti, ha tagliato gli acquisti di automobili. Il 60% ha fatto economia rinunciando a vacanze e a cene fuori. Il 35% ha smesso di andare a spettacoli. E il 24% ha rinunciato a cure mediche private. Ma è a livello psicologico che le ripercussioni sono state maggiori. La crisi ha trasformato la middle class italiana, portandola a rivedere le proprie proprietà e infondendole una nuova consapevolezza: si spende meno, certo, ma si deve spendere meglio. Ecco perché, nel corso degli ultimi 7 anni, per la prima volta, la vendita di bicilette ha superato quella di automobili. Mentre le spese legate alle attività sportive hanno subito una riduzione poco significativa, soprattutto rispetto ad altre categorie di servizi, e nell’ordine del 5-11%.

Anche la propensione al risparmio del ceto medio, fanno sapere Intesa Sanpaolo e Einaudi, si è modificata. Se nel 2007 si risparmiava principalmente per acquistare una casa o per far fronte a eventuali imprevisti futuri, nel 2015, invece, assume maggior rilevanza il desiderio di restaurare una casa di proprietà e di accumulare soldi extra per i figli, per farli studiare, per garantire loro un futuro sereno ed economicamente stabile. Il livello di indebitamento, pertanto, si è ridotto rispetto al 2007, portando dal 26% al 21% la quota di chi ha ancora un mutuo attivo. Mentre il credito al consumo è rimasto fermo alla soglia del 18%.

In molti la chiamano “età dell’ansia”, caratterizzata dalla perdita di quei fattori di sicurezza su cui gli individui facevano forza nei momenti di difficoltà, ma anche nella progettazione del proprio futuro, come occupazione professionale, da sempre sinonimo di stabilità, investimento sul mattone, importanza dell’istruzione e della formazione universitaria.

Una crisi che infatti, oltre a colpire i bilanci delle famiglie, sta logorando anche quello spirito di fiducia, intraprendenza e ottimismo tipico dei decenni precedenti. Un recente studio condotto da Demos&Pi e Demetra per Fondazione Unipolis rivela che nel 2014 il 52% degli italiani si colloca all’interno della classe bassa, mentre il 41,1% si percepisce nella media. Nel 2011 il 41,6% si considerava classe bassa e il 49,7% classe media, mentre nel 2006, quindi prima dello scoppio della crisi economica, il 28,2% si collocava nella classe bassa, e il 59,2% in quella media. Inoltre il 60% degli intervistati si mostra preoccupato verso il futuro, mentre il 67% guarda all’emigrazione come l’unica opportunità di riscatto per i giovani. Solo gli spagnoli, e in parte i francesi, esprimono sentimenti paragonabili a quelli italiani.

Cresce anche la disuguaglianza sociale. Negli ultimi 10 anni, infati, la ricchezza finanziaria netta è passata da 26.000 a 15.600 euro a famiglia, con una riduzione del 40,5%; ma nel dettaglio la quota di famiglie con una ricchezza finanziaria netta superiore a 500.000 euro è raddoppiata, passando dal 6% al 12,5%, mentre la quota di ricchezza del ceto medio (compresa tra i 50.000 e i 500.000 euro, comprensiva anche dei beni immobili) è scesa dal 66,4% al 48,3%. I dieci uomini più ricchi d’Italia dispongono di un patrimonio di circa 75 miliardi di euro, pari a quello di 500.000 famiglie operaie messe assieme. E oggi, la ricchezza di un dirigente è 5,6 volte superiore rispetto a quello di un operaio, mentre era tripla vent’anni fa.

---- La situazione in Asia
Muljoko ha 27 anni, lavora come impiegato a Giacarta, capitale dell’Indonesia, possiede una moto, smartphone Sony e un modernissimo orologio con cui invia messaggi agli amici. Vive con 7 dollari al giorno, 44 al mese tolti gli alimenti e le spese per la moto, valore che lo porta ad essere riconosciuto come esponente dell’emergente ceto medio asiatico. Ha un passato segnato da miseria, vissuto in un villaggio di Sumatra, dove ha lasciato famiglia, e, come milioni di individui, è riuscito a fuggire dalla povertà. Almeno per il momento.

Guarda i video del Financial Times sulla middle class indonesiana




Analoga è la storia di Xu Bo, lavoratore in un’azienda costruttrice di Pechino, che intasca tra i 600 e gli 800 dollari mensili, ma che non pensa minimamente al trasferimento definitivo, perché non se lo può permettere. Lui e gli altri operai emigrati rappresentano la nuova categoria di consumatori cinesi in ascesa, oltre ad essere un gruppo in transizione, tra la fascia agiata e quella più arretrata delle campagne. E molti di loro vedono il soggiorno nelle grandi città come una fase temporanea, colpa di condizioni abitative malsane e di politiche antiquate che impediscono di avere accesso ai servizi di base.

Intanto però si stima che nei prossimi 6 anni, la classe media cinese conterà mezzo miliardo di individui, che andranno ad alimentare un nuovo mercato, con un potere d’acquisto in progressivo aumento.

Guarda il video del Financial Times sulla middle class cinese


A riportare queste storie è il Financial Times che all’emergente middle class asiatica e latina (India, Cina, Brasile e Indonesia), ha di recente dedicato un attento approfondimento, spiegando bene ansie e angosce di questi individui: come farà Muljoko, l’impiegato indonesiano che vive con 44 dollari al mese, a centellinare le spese per il suo matrimonio? E se qualcuno dei suoi parenti dovesse ammalarsi? E come manterrà i figli che sogna di avere? ---- Eppure, negli standard definiti dalla Banca Asiatica, secondo cui basterebbero 2 dollari al giorno per rientrare nella classe media, Muljoko ne è un rappresentante di discreto livello. Questo giovane uomo incarna bene il crescente gruppo denominato “World’s fragile middle”, che conterebbe, nei paesi emergenti, 3 miliardi di persone che sopravvivono con 2/10 dollari al giorno, inseriti sopra la linea di povertà, ma in continua lotta per la sicurezza economica, teoricamente il “marchio di fabbrica” della tradizionale middle class.

Un tema che sta interessando non solo le più grandi istituzioni (World Bank, Brookings Institution, OECD, Pew Center, Washington University, Federal Reserve Bank, solo per citarne alcuni), ma che ha visto accendere i riflettori anche dalla stampa internazionale più prestigiosa: Financial Times, New York Times e The Guardian in primis. Una situazione contradditoria e difficile da definire: da una parte si nota il progressivo svuotamento del ceto medio occidentale, europeo e statunitense, entrato in una profonda crisi economica e psicologica, dall’altra una crescita significativa nei paesi emergenti, dove però “middle class” non è sinonimo di stabilità (che non è forse il marchio di garanzia della classe media?): il 55% dei poveri indonesiani, non lo era l’anno precedente (dati World Bank).
Dopo rivoluzione industriale e secondo dopo guerra, gli esperti avvertono: il ceto medio sta attraversando una terza rivoluzione. E oggi, il boom, interessa i paesi emergenti.

Un aumento che trova conferma nelle ricerche e nelle statistiche: tra meno di vent’anni il 66% della middle class mondiale (3,2 miliardi di individui) risiederà in Asia, un valore 10 volte superiore rispetto a quello del Nord America e 5 volte di più rispetto all’Europa.
Mentre nel 2009 il 36% del ceto medio mondiale si trovava in Europa, il 28% in Asia e il 18% nel Nord America, nel 2020 il 10% si concentrerà sul continente europeo, il 54% in quello asiatico e il 22% nel Nord America. Il che significa che gli esponenti di questa fascia di popolazione passeranno dai quasi 2 miliardi del 2009 ai quasi 5 nel 2030.

La situazione oltre oceano: il caso degli Stati Uniti

Mentre i Paesi emergenti devono affrontare le sfide lanciate dalle nuove classi consumatrici, gli USA, assieme a buona parte del mondo occidentale, devono confrontarsi con una situazione di tutt’altra natura: la middle class statunitense ha perso il suo tratto distintivo e non le appartiene più il primato di “più ricca del mondo”. Nel 2010 il reddito medio di un cittadino americano era di 18.700 dollari all’anno, il 20% in più rispetto al 1980, ma un valore invariato rispetto al 2000. Mentre nell’ultimo decennio il reddito di inglesi e canadesi è cresciuto del 20%, e del 14% quello degli olandesi. Il che porta a concludere che per la prima volta il reddito della classe media canadese è più alto di quello della statunitense.

---- I dati provengono dalla ricerca sviluppata dal New York Times in collaborazione con LIS, istituto di ricerca con sede a Lussemburgo, prendendo in considerazione gli eventi degli ultimi 35 anni.
La crescita economica del paese continua a essere forte, eppure, solo una piccola parte della popolazione ne ha potuto beneficiare, mentre la maggioranza delle famiglie americane ha continuato a pagare il prezzo della crescente ineguaglianza.

Una situazione a cui non si sottrae (seppur con modalità diverse) nemmeno la Gran Bretagna, tanto che l’estate scorsa, The Guardian intitolava: “La morte della middle class indebolirà la nostra democrazia”, affermando come per i lavoratori fosse diventato sempre più arduo risparmiare, in un contesto dove le classi sociali si ricompongono anche su una divisione generazionale: è impossibile, afferma il giornale, per i nati dopo il 1985, avere (facile) accesso a ciò che hanno avuto i propri genitori: mobilità sociale, casa e entrate stabili e sicure.

Definire il concetto di ceto medio è complesso, ancor di più nel presente, visti i confini mobili e le differenze che al suo interno si presentano. Per inquadrare quale sia l’attuale situazione che lo caratterizza, Of pubblica i risultati delle ricerche dei maggiori istituti internazionali (World Bank, Brookings Institution, OECD, Pew Center, Federal Reserve Bank, solo per citarne alcuni) che si sono concentrati sul tema, a livello mondiale. Successivamente, con l’aiuto di Rocco Sciarrone, professore di Sociologia all’Università di Torino, si indagherà come si presenta oggi il ceto medio, quali siano le sue maggiori preoccupazioni e il probabile futuro che lo attende, mettendo in risalto l’aspetto psicologico: un esponente del ceto medio può realmente definirsi povero? Quanto incide la crisi percepita su quella reale? E quanto le paure e la perdita di sfiducia? Un saggio di recentissima pubblicazione, diventato un caso planetario, “Le Capital au XXI° siecle” di Thomas Piketty, aiuterà in modo ulteriore a capire la problematicità della sua condizione, nell’ottica delle disuguaglianze economiche e sociali. Quest’ultime, sostiene l’autore, non solo sarebbero equiparabili a quelle precedenti l’Ancien Régime francese ma, in assenza di un cambiamento, porteranno probabilmente a una guerra o a una rivoluzione.

E per capire le angosce e i timori vissuti quotidianamente dagli esponenti della classe media, Of ha intervistato un suo rappresentante, che ha preferito rimanere in forma anonima, il quale ha elencato quali siano i disagi che si trova ad affrontare, con un trauma che ancora gli è difficile digerire: aveva una vita agiata, tra case al mare e in montagna, serate a teatro e cene in ristoranti alla moda, oggi si percepisce povero.
Infine, l’ultima parte dello speciale, si concentra sulle possibili soluzioni economiche (temporanee) per tamponare le difficoltà finanziare: prestiti e mutui per ottenere nuova liquidità. Indagando inoltre, con l’aiuto di Luigi Pace, Direttore centrale marketing e assicurazioni Compass, come è cambiato il rapporto tra ceto medio e denaro: a cosa rinuncia e a cosa preferisce dare priorità, eliminando il frivolo e riscoprendo gli aspetti veramente importanti della vita.

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